|
Quando la legge della tribù uccide
Roma, 4 settembre - Avevano tra i 16 e i 18 anni e volevano sposare gli uomini che amavano: desiderio che è costato loro una fine atroce, per mano dei loro stessi parenti. Fatima e le sue amiche, nate e vissute nel villaggio di Baba Kot, nella regione pakistana del Baluchistan, sono state giustiziate per quelle che Sardar Israrullah Zehri, senatore della regione, ha definito, difendendole, “legittime tradizioni secolari del Paese”: ossia la fucilazione e la conseguente sepoltura dei corpi ancora vivi delle ribelli all’ordine costituito.
“Colpevoli” di star organizzando una cerimonia clandestina con rito civile contravvenendo alla negazione del permesso di sposarsi da parte dell’assemblea degli anziani, le ragazze sono state prelevate dal loro villaggio, insieme alla madre e alla zia di una di loro - che hanno subito la stessa sorte in quanto “complici” - da una gip con targa governativa con a bordo alcuni giustizieri, tra cui il padre di una di loro, un fratello e un cugino. Che due giorni fa, dopo le manifestazioni di protesta degli attivisti per i diritti umani (scatenatesi dopo la dichiarazione di Zehri), sono stati arrestati, insieme ad altri quattro sospetti, dalla polizia locale, mossasi però solo dopo che il governo pakistano, in seguito alla condanna dell’assassinio (avvenuto il 13 luglio) da parte del governo locale e alla sua richiesta di punire i responsabili, ha deciso di aprire un’inchiesta per far luce sulla vicenda.
(Mrp/Dire)
|